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Sociale a Roma

16 dicembre 2019
“La guardavo e m’innamoravo”
Elogio a Troisi e alla sua Napoli, che per anni ha legato la sua storia a quella di Roma.

Colta e dannata. Gioiosa e inquietante. Di una generosità assoluta, profonda, sincera. A volte eccessiva. Di una forza aggregativa e socializzante senza eguali in Italia. In una parola: Napoli. Ma è tanto altro ancora. Troppo, per riassumerlo in poche righe.

Prima di tutto: Napoli è una città ricca di una cultura sconfinata. Tema che sembra ormai dimenticato nella maggior parte d’Italia, specialmente in chi è abituato a parlare per luoghi comuni, spesso falsi, ignorando un passato che parla da sé: protagonista dell’Umanesimo, del periodo rinascimentale e illuministico, Napoli vanta la più antica Università statale del mondo (la Federico II) e un’Accademia militare tra le più nobili ed antiche (la Nunziatella). Non solo. Il centro storico è “patrimonio mondiale dell’umanità”. Il tutto tralasciando gli innumerevoli riconoscimenti geofisici, in riferimento alla caratterizzazione vulcanica della zona.

Permetteteci però, di scegliere altro per descrivere Napoli: la commedia napoletana. Forse davvero l’arte per la quale è più apprezzata nel mondo e nel resto d’Italia, che spesso tende ad emarginarla, dimenticando a volte che questo fiore artistico e culturale ha rappresentato l’Italia per decenni. L ’ha esportata nel mondo, ne ha fatto un modello ineguagliabile e universalmente apprezzato.

Attenzione però anche qui a non cadere nei falsi stereotipi di una società “cieca”, non più abituata a pensare e quindi a “vedere”. La commedia napoletana è tutt’altro che chiassosa, invadente e volgare. Anzi, è l’esatto opposto: il vero napoletano, diremmo il napoletano originale, è tutt’altro. La Commedia lo ha descritto alla perfezione, mostrando quell’allegria contagiosa ma rispettosa, elegante e popolare, come un abbraccio caloroso e silenzioso. Come una risata fragorosa che termina con un silenzio educato, gentile. E’ anche, e qui in molti si stupiranno, timidezza. Un voler ridere gioioso che nasce dal bisogno di comunicare quell’allegria spesso celata, riservata; e che rimane, proprio per questo, composta, dolce. Ci viene subito in mente lo splendido Massimo Troisi. Poi, ovviamente, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e l’inarrivabile Totò.

Già, Massimo Troisi. Racchiudeva in sé tutto quello che dicevamo: allegria contagiosa ma composta, umorismo fragoroso ma educato, dolce, timido. Ci ha lasciato presto. Troppo. A poco più di quarant’anni, per problemi cardiaci. “Ricomincio da tre” il primo film, gli valse subito tre “Nastri d’argento” e due “David di Donatello”. Nell’84, in coppia con Benigni in “Non ci resta che piangere” arriva il grande successo popolare, che gli permette di entrare definitivamente, e a livello nazionale, nel cuore della gente. Film amatissimo, che diventa presto un cult della commedia italiana, unendo due comici così meravigliosamente diversi. Scriverà di lui Benigni in una poesia: “Morto un Troisi non se ne fa un altro”. Impossibile dargli torto. Nel ’94 l’ultimo capolavoro: “Il postino”. Poco prima di girare il film il suo cardiologo di fiducia gli consiglia di operarsi, necessita di un trapianto. Troisi non vuole sentire ragioni: “Questo film lo voglio fare con il mio cuore”. Così fa. Fatica molto a girare le ultime scene. Il suo cuore cessa di battere nel sonno, dodici ore dopo aver girato l’ultima parte.

Nella pellicola, lui, un umile postino figlio di pescatori, conosce Pablo Neruda, che gli apre le porte della poesia. Nel frattempo, s’innamora di una ragazza che lavora in un’osteria. “Non le ho detto niente. La guardavo e m’innamoravo”, confessa. 

Già, come con Napoli.


articolo inserito da: Raniero Mercuri
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