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Sociale a Roma

09 gennaio 2021
Ashli Babbitt, una di meno o no?
In ricordo di una donna uccisa da un uomo vile a Capitol Hill.

Le ha sparato in pieno petto. Da mezzo metro, lasciandola morire in un lago di sangue.

Un thriller? Magari. Capitol Hill, ampio quartiere di Washington e, soprattutto, sede del Congresso degli Stati Uniti d’America. Centinaia, forse di più, manifestano e fanno irruzione. Poi, scontri e feriti. Ad oggi, quattro i morti.

Tra cui lei, Ashli Babbitt, trentacinquenne veterana delle guerre in Afghanistan e Iraq.

Il drammatico video lo abbiamo visto tutti: manifesta, tenta di scavalcare le barriere di protezione. A quel punto l’omicida, probabilmente un membro della sicurezza e quindi rappresentante di un apparato dello Stato americano, le spara senza pietà. A nulla serviranno i tardivi soccorsi.

Non ci importa di entrare nel dibattito politico-ideologico, nelle motivazioni e nelle conseguenze di questo evento certamente epocale per la storia americana e di tutti.

A noi, ora, tocca altro. Un uomo dello Stato ha ucciso brutalmente una donna. E abbiamo tante domande da porre.

Interessa veramente a qualcuno questo terribile omicidio?  Forse no, visto il silenzio assordante di tv e social sulla questione, oltre la mera cronaca dei fatti.

Dove sono finite tutte le cheerleaders plastificate del pensiero gradevole, ancelle dell’inattaccabile, paladine dell’inverosimile, false e ipocrite rappresentanti dei veri diritti delle donne? Sì, anche quelle che riempiono ogni giorno i salottini televisivi e virtuali, dei quali andiamo pazzi. E quei movimenti politicizzati che manifestavano (quando era consentito) contro il maschilismo e la violenza sulle donne, salvo poi distinguerle in base all’appartenenza ideologica, partitica e sociale?

La domanda sorge spontanea, diceva qualcuno: non fa comodo prendere posizione a favore di una donna uccisa, che manifestava idee diverse e anche eversive in questo caso? La paura fa novanta vero? Quella di allontanarsi dal “corretto” modo di pensare, dal gregge costruito per chi bela e annuisce, invasi e pervasi dal terrore di apparire estranei alla massa e oltre il recinto, dall’ossessione dello scostarsi dal doveroso signorsì.

Anche a costo di non riconoscere il sangue di un’altra donna uccisa per mano dell’ennesimo uomo ignobile.

La difesa dei diritti delle donne dovrebbe essere universale, senza alcuna distinzione. Neanche una. La battaglia per il ricordo di centinaia di donne uccise, stuprate e pestate da uomini vomitevoli non deve mai avere colori né appartenenze.

Ma sappiamo che così non è. Che, tranne rari casi, diversi movimenti che si dicono femministi hanno matrici politiche ben chiare che ne influenzano l’azione e soprattutto ne settorializzano il contenuto, ergendosi ad alfieri etico-morali ma in realtà discriminanti.

La storia, purtroppo, è piena zeppa di casi simili, di donne violentate e uccise, “colpevoli” di pensare e agire diversamente e per questo misconosciute, relegate in un ghetto nascosto delle coscienze. Perché dimenticare, voltarsi dall’altra parte, a volte è comodo.

Ascoltiamo due obiezioni: non si tratta di femminicidio perché il movente non è di genere. Respinta: è vero, probabilmente non l’ha uccisa solo perché donna ma perché a suo parere pericolosa manifestante. Cambia qualcosa? Atteniamoci al video: un uomo decide di sparare a una donna in pieno petto a meno di un metro. Non ci basta? Il risultato è una cittadina americana barbaramente uccisa da un rappresentante dei democratici Stati Uniti d’America, che non si è fatto alcuno scrupolo a fare fuoco davanti a una donna. I “se” e i “ma” speriamo vengano analizzati in un vero processo.

Seconda obiezione: Ashli stava compiendo un reato e l’omicida ha fatto il suo dovere. Ingiustificabile. Che dovremmo dire allora dei vari omicidi di Stato contro i quali ci siamo tutti giustamente scagliati fino a ieri?

Basta così. Troppe parole non rendono il giusto silenzio al ricordo di Ashli Babbitt.

Altra giovane donna uccisa da un uomo vile.

 

 


articolo inserito da: Raniero Mercuri
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