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Politica a Roma

20 febbraio 2021
Ma quale dopoguerra
I surreali accostamenti ai governi del secondo dopoguerra

Tutti dentro. Il nuovo esecutivo formato da Mario Draghi parte così. C’è spazio per tutti, o quasi, nel nuovo governo post Conte bis. Lo hanno chiamato un mix tra tecnico e politico. Noi, francamente la seconda accezione fatichiamo a intravederla.

Ma c’è di più. Molto di più. Dopo giorni di schiene falcidiate e gobbe risorte a suon d’inchini al nuovo presidente del consiglio, tra consultazioni partitiche istituzionali condite da vagonate di miele e super attak accuratamente spalmato sulle poltrone che contano e dopo ben ventuno (sì, avete letto bene) applausi ad interrompere il discorso fiume di cinquantatré minuti di Draghi, sono riusciti tutti quanti nell’ impossibile: dichiararsi eredi diretti dei governi del secondo dopoguerra.

Certo, sarebbe facile sorridere del surreale intento di paragonare periodi storici lontani anni luce tra loro. Non per qualche aspetto. Per tutti.

Uno in particolare: la politica. O, meglio, la scienza politica, che negli anni reclamati volgarmente a squarciagola dai chi vorrebbe accostarsi a ciò che non potrà mai essere, era alla base di un percorso politico di partito che iniziava prima da studi giovanili ricchi e approfonditi sul vero significato e valore della politica, sulla sua storia e funzioni, sulla critica accurata di ogni forma di pensiero. Un’ analisi approfondita, aderente o meno alla propria impostazione ideologica, ma inevitabile per formarsi individualmente e percorrere la cosiddetta “gavetta” all’interno del partito stesso.

Poi, se davvero valevi, l’accesso ai piani alti del partito o addirittura alla segreteria era quasi inevitabile. Questa formazione individuale e collettiva allo stesso tempo, era davvero comune a tutti gli schieramenti dell’epoca, ora malamente posti a termine di paragone.

Il politico improvvisato, non poteva esistere neanche volendo. Certo, i delitti e le storture, le nefaste deviazioni di una parte della vecchia classe politica ormai le conosciamo un po’ tutti. Ma su una cosa non c’è alcun dubbio: la struttura di base dalla quale si partiva era solida, se non eticamente certamente moralmente. E il percorso era lungo e duro.

E c’erano le ideologie. Già, non era ancora diventato un termine sacrilego, come ormai da più di vent’anni, figlio di un mondo che non doveva più essere, esaurito ed esautorato da una nuova classe dirigente travestita da politica: la grande finanza.

Che ha, nella prepotente e tracotante adorazione del grande capitale che travolge tutto e tutti, introdotto il nuovo sistema di gestione degli Stati, che chiamiamo erroneamente, appunto, politica.

Quella vera fu alla base dei partiti del secondo Dopoguerra, quando si dovette ricostruire dalle macerie belliche e sociali.

I governi a cui fanno riferimento gli odierni maggiordomi della finanza, erano quelli di Ferruccio Parri del Partito d’Azione (giugno ’45/dicembre ’45), il primo De Gasperi della Democrazia Cristiana (dicembre ‘45/luglio’46) e il secondo De Gasperi (luglio ‘46/gennaio ’47). Loro, con alterne vicende e criticità varie, riunirono partiti profondamente diversi tra loro con l’obiettivo di iniziare a ricostruire. Con competenza politica, a prescindere dalle diverse ideologie, aggregate dalla vera emergenza.

Tre giorni fa, in Parlamento, Draghi, un importante banchiere di enorme talento finanziario, interrotto ventuno volte dal giubilo collettivo, ha santificato così il neonato governo: «noi abbiamo, come i governi dell’immediato Dopoguerra, la responsabilità di avviare una nuova ricostruzione. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale». Gli hanno fatto eco quasi tutti: da Salvini  a Zingaretti, da Toninelli a Berlusconi e Renzi. Tutti insieme. Come allora, dicono.

Come adesso, diciamo noi, tra le macerie di un Paese devastato da ventuno, lunghi, applausi.

 


articolo inserito da: Raniero Mercuri
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